ARTICOLO di E. RIALTI

Sull’Apprendere e sul non apprendere: perché garantire un diritto.
di Enrico Rialti

Articolo 13: Ogni bambino ha il diritto di imparare ad esprimersi per mezzo delle parole, della scrittura e dell’arte.

Articolo 28: Ha il diritto di ricevere un’istruzione.

Articolo 29: Lo scopo dell’istruzione è di sviluppare al meglio la sua personalità, i suoi talenti e le sue capacità mentali e fisiche.

Commentare questi articoli dei diritti dei bambini non è mai superfluo. Ogni giorno, senza doversi allontanare dalle classi delle nostre città, ci accorgiamo della loro attualità. Non sifinirà mai di evidenziare quanto l’istruzione, la garanzia di una crescita serena ed armonicasiano il punto di partenza fondamentale per un individuo completo, una persona capace di sviluppare appieno le proprie potenzialità per il bene proprio e degli altri. Ma il nostro concetto di istruzione, di educazione si amplia e si modifica di giorno in giorno e altro non può essere che un bene. Non potrebbe essere diversamente…l’infinitezza dell’uomo non potrà mai essere totalmente compresa, mai esaurita ed abbracciata per intero. Così giorno dopo giorno ci accorgiamo che ancora qualcosa ci è sfuggito, che ancora c’è molto da camminare, ancora molti sforzi da compiere in questo ambito. La dislessia è una delle grandi sfide del mondo dell’educazione, e non solo.:il desiderio di comprendere cosa comporta la dislessia, di cosa si tratta, in una parola capire il dislessico, dovrebbe essere al centro delle intenzioni di genitori, compagni di classe, medici, psicologi ed educatori di ogni grado e genere. Immergersi, con entusiasmo e desiderio di aiutare, in questo universo è il primo passo e il più importante verso il mondo dell’apprendimento stesso. Il progetto educativo di san Giovanni Bosco, lo slancio di Maria Montessori non sarebbero stati tali se non fossero partiti “dal basso”, da chi maggiormente viveva il disagio, da chi viveva un’urgenza. Eppure ancora oggi qualcosa ci frena dal dedicarci con passione a questo progetto . A frenarci è da un lato l’arretratezza del nostro paese nel riconoscere ed intervenire in materia di disturbi di apprendimento, dall’altro il dubbio (e a volte la certezza) di alcune persone che ritengono che la dislessia altro non sia che l’ultima invenzione di una società che non sa più cosa siano doveri, sacrificio, educazione.Quante volte nella scuola, sui giornali, addirittura nelle famiglie si finisce con lo sminuire quello che questi disturbi sono. Fino alle affermazioni di chi sostiene che il dislessico non esista, che sia il sinonimo pseudomedico, politically correct e apologetico di “somaro”. Perché invece noi non possiamo permetterci di abbandonare questi ragazzi? Perché invece dobbiamo saperne sempre di più, lottare sempre di più? Intervenire e sensibilizzare sempre di più? La complessità di questa realtà risiede nella sua stessa definizione: DISTURBO SPECIFICO DELL’APPRENDIMENTO. Nel corso degli anni, e ora dei secoli, alle difficoltà del ragazzo dislessico si sono dati molti nomi diversi: da “word blindness” (cecità per le parole) a “strephsymbolia” (che si riferisce all’inversione dei segni grafici che compongono le parole scritte). Ma è definirla “disturbo di apprendimento” che ci indirizza a comprenderne meglio le caratteristiche. Perché è l’apprendimento che guida il nostro diventare adulti, il nostro formarci come individui. Sappiamo che alla base della dislessia esiste una complessa realtà genetica che determina il manifestarsi del disturbo. Ma non si tratta di un singolo gene, ma un insieme di piccole modificazioni: padroneggiare il codice scritto è una abilità complessa e in cui innumerevoli aree cerebrali sono coinvolte. L’elaborazione della lingua, il suo utilizzo avviene per mezzo di un vero e proprio “riciclaggio” di abilità che devono essere fatte cooperare contemporaneamente e velocissimamente per apprendere. E’ la complessità della dislessia che ci mostra la complessità del mondo dell’apprendimento. Come facciamo a sottovalutare l’impatto che ha per questi ragazzi il disturbo sulla loro vita quotidiana. L’educazione non è preparazione alla vita ma la vita stessa”, diceva John Dewey.  Come possiamo non desiderare di comprendere nel profondo cosa vive il ragazzo con un disturbo di apprendimento di fronte a questa affermazione? Chi vive sulla propria pelle una difficoltà come la dislessia viene colpito nel profondo della sua condizione umana: il ragazzo, l’adolescente è per definizione colui che impara. E, come diceva Dewey, imparare non è raccogliere informazioni e nozionismi, ma creare giorno dopo giorno la persona che si è. I bambini, i ragazzi, passano sui banchi di scuola e davanti ai libri di scuola più del 50 % delle loro giornate: cosa significa vivere, sempre ed incessantemente, questa situazione con sforzo, fatica, difficoltà? Chi si occupa di disturbi di apprendimento vede ogni giorno la fatica che vivono questi ragazzi, vede spesso lo sconforto e vede molti di loro abbandonare gli studi, stanchi da una carriera scolastica costellata di frustrazioni. Ma vede anche quanto grande è il desiderio per molti di loro di riuscire a superare le loro difficoltà fino a giungere al risultato sperato. Spesso vede molti ragazzi dotati di grandi potenzialità e che non aspettano altro che qualcuno dica loro come poterle mettere a frutto. Altro non chiedono che venga garantito loro un diritto, per poi camminare da soli e raggiungere mete anche lontane. Infatti sappiamo che questi disturbi non sono inconciliabili con un percorso di vita, crescita e affermazione di successo, ce lo insegnano le centinaia di dislessici noti in tutto il mondo e non di meno le capacità che spesso si palesano nei giovani studenti dislessici. Ciò che realmente determina il discrimine tra un diritto garantito e un diritto negato è il desiderio da parte di tutti noi (educatori, ricercatori, medici, linguisti, genitori, compagni di banco, fratelli….) di individuare gli strumenti che aiutino questi ragazzi a non restare schiacciati dalle loro difficoltà. Il vero grande problema per questi ragazzi non è diverso da quello del paziente che vede il proprio medico basarsi su test ed analisi e non si è mai visto guardare negli occhi. Fino a che ci si occuperà di dislessia e non di dislessici non riusciremo neanche a intravedere la risposta che questi ragazzi, magari silenziosamente, ci chiedono: un percorso che garantisca loro di apprendere, di crescere, di mettere a frutto i doni che hanno e che altrimenti andrebbero persi. I disturbi di apprendimento non possono e non devono essere sminuiti: non esiste niente di poco importante quando si ha a che fare con i bambini o ragazzi e tutti abbiamo la responsabilità di guardare sempre più negli occhi questi ragazzi, riconoscere le loro difficoltà e garantire loro i propri diritti.

Gli insegnanti che mi hanno salvato e che hanno fatto di me un insegnante erano adulti di  fronte ad adolescenti in pericolo: non sapevano come fare, si sono buttati, non ci sono riusciti, si sono buttati di nuovo e poi ancora ed ancora. Alla fine mi hanno tirato fuori, e tanti altri come me. Ci hanno letteralmente ripescati. Dobbiamo loro la vita.”

Daniel Pennac

ARTICOLO di E. RIALTIultima modifica: 2009-02-01T17:55:00+00:00da sabry685
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