DISLESSIA E SCUOLA INCLUSIVA di E. Rialti

Dislessia e scuola inclusiva

di Enrico rialti

 

 In questi giorni di scuola le nostre classi stanno assumendo, di parvenza, una complessità mai raggiunta prima. Docenti, dirigenti, genitori e gli stessi studenti a volte percepiscono la difficoltà a gestire questi micromondi di culture diverse, lingue diverse, necessità diverse. Sembra essersi rotto qualcosa in quella armoniosa pace che erano le classi di un tempo. E i disturbi di apprendimento si collocano in questo frangente di scomodità che ci viene rinfacciata giorno dopo giorno.

“Come si fa ad applicare queste tecniche didattiche quando in classe ci sono altri 25 studenti?”, “Il mondo, la classe, il programma non può ruotare mica intorno a questi ragazzini!”. Così come il mondo non può girare attorno a chi è straniero, a chi è disabile….

Nel nostro paese di tante incongruenze una delle più grandi è quella della scuola inclusiva. La nostra scuola, sempre al centro di critiche ed esaltazioni è una delle poche che ad esempio ha deciso di includere la disabilità nelle classi e non ghettizzarla nelle scuole speciali. La nostra scuola, pioniere dell’uguaglianza degli apprendenti, cammina in prima fila per la parità dei diritti e al tempo stesso si sente frustrata per questo suo privilegio. Allora dico, cosa è la vera inclusione? Essere dislessici ma sedere accanto a Luca, che ha tutti 9 e 10? Studiare storia con il compagno cinese? E’ tutto questo e al tempo stesso sentirsi colpevoli di rallentare i programmi? Dei “burn out” degli insegnanti? Cosa è allora che infrange questo sogno dell’inclusione ? Tutta questa frustrazione per la   scuola inclusiva, questa insoddisfazione per una complessità eccesiva tra i banchi,  più ipocrita che lecita, non è forse la vera invenzione della scuola moderna? Le classi sono sempre state complesse, perchè complesso è l’uomo. Complesso e proprio per questo prezioso.  Il nostro dramma è stato piuttosto il desiderio di uniformare tutti, mentre includere non significa appiattire ma esaltare la diversità. Mi sento spesso domandare : “Ora sono tutti dislessici. Prima dove erano tutte queste difficoltà?  Un tempo si chiama pigrizia, ora diventa malattia.”

Qualcuno annuisce e sorride. Qualcuno si indigna e risponde che tanti di quei dislessici “sommersi” sono finiti male, hanno abbandonato ogni ambizione e hanno iniziato a vivere di disillusione, galleggiando sulla superficie e che se forse la consapevolezza sui DSA fosse emersa prima avremmo avuto più Einstein e meno disoccupati insoddisfatti. E’ così ma  aggiungo che anche le storie del successo dei dislessici sono sempre esistite a fianco a quelle di insuccesso. Se adesso ci sentiamo in catene a dover adattare i programmi, a consentire strumenti compensativi per il bene di qualcuno, è perchè si, qualcosa è cambiato, ma è nello sguardo verso l’altro che è avvenuto. Un tempo nella classe accanto a quella del dislessico non riconosciuto, colpevolizzato e frustrato esisteva anche l’insegnante che non avrà conosciuto il termine “dislessia” o “strumento compensativo”, ma in fondo non ne aveva bisogno. Perchè per lui il bambino seduto al terzo banco era “Giovanni” e basta. E in quel nome convivevano le sue difficoltà a leggere, a scrivere a memorizzare ma anche la sua sensibilità, la sua ironia. E allora ci si buttava. Si provava ad aiutarlo a tutti i costi, si cercava tra fallimenti e successi la soluzione didattica per lui. Solo per lui. Perchè Giovanni aveva un valore.

Quando l’individuo ha perso valore e dignità in quanto tale, allora si che non si può fare a meno di leggi e decreti e, da questo punto di vista, meno male che esiste almeno questa scappatoia.

Questo impoverimento umano non è, va detto, esclusivo della scuola. Ovunque fa fatica dover guardare con attenzione a chi si ha accanto, a chi mi è affidato dal caso. Come può un malato per il medico, un figlio per un genitore essere scomodo?

Un giorno un dirigente scolastico, parlando di una ragazzino epilettico mi ha detto: “E’ un peccato per la classe  che non riesca a recuperare. Quella è una classe che, dopo aver perso alcuni elementi, si è molto alleggerita. Lavora bene.” Ed io non mi spiego come una disabilità possa essere una zavorra e non una ricchezza. Ricchezza specialmente per i compagni che, da bambini, riescono molto meglio di noi adulti a non compatire con ipocrisia, ma a condividere la loro crescita e a sentirsi in prima persona più amati se vedono che l’amore, l’accettazione incondizionata esiste.

Mi rendo sempre più conto che esisterà sempre un muro nella nostra società che non può essere valicato con la cultura: non esiste corso di formazione, specializzazione, libro letto o laurea che possa insegnare la sensibilità, l’ascolto e l’attenzione.

E allora le classi inclusive, il dislessico nel terzo banco, i PEI saranno sempre un peso per chiunque. Perchè il punto di partenza dovrebbe essere invece l’apertura, la curiosità, lo stupore davanti alla miracolosa varietà e ricchezza degli Individui che ho davanti a me. C’era una convinzione alla base del sogno dell’inclusione che la fretta, la corsa, l’appiattimento, la deresponsabilizzazione hanno cancellato: da questi occhi ansiosi di conoscere si può solo imparare. Trovare la strada adatta al “ragazzo difficile” è la più grande scommessa educativa. Se si vuole andare  incontro al singolo, alla persona, allora conoscere, studiare, adeguarsi, formarsi e cambiare la propria didattica diventa una manna dal cielo per l’insegnante in prima persona.  Dal lavoro con i bambini e i ragazzi dislessici non ho ricavato frustrazione alcuna, ciò che loro hanno saputo insegnare a me, sul valore, il peso e la forza delle parole, sulla potenza della tenacia, sull’immensità delle mente umana, nessuno è mai riuscito neanche a suggerirlo.

Nella difficoltà di capire come muoversi per aiutare sempre di più chi è in difficoltà ogni aiuto dovrebbe essere accolto. Ogni tentativo è valido. Perchè alle volte si può sbagliare (chi non lo fa?) ma a un bambino che cresce lottando per imparare, fa molto più bene vedere che il proprio insegnante desidera trovare una strada per aiutarlo e si getta a capofitto nella sfida che qualsiasi altro ausilio. Purtroppo il ruolo educativo dell’insegnante si sta sempre più spegnendo e l’importanza di questo mestiere viene sempre più sminuita. La società, lo stato, gli stipendi possono sminuirla, ma in realtà continua e brillare ogni volta che uno studente è realmente capito, guidato e accompagnato lungo il suo personale percorso. Per far si che gli occhi di un bambino si illumino dopo che finalmente ha imparato, grazie al maestro, al genitore, al compagno che non hanno gettato la spugna, non hanno mollato, per far si che questo accada la responsabilità è di tutti, e grazie al cielo questa responsabilità non può essere un peso.

Enrico Rialti

enricorialti@gmail.com

DISLESSIA E SCUOLA INCLUSIVA di E. Rialtiultima modifica: 2009-06-22T09:40:18+00:00da sabry685
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Un pensiero su “DISLESSIA E SCUOLA INCLUSIVA di E. Rialti

  1. il fatto stesso che si parli di scuola inclusiva fa immediatamente pensare si debba compiere uno sforzo perchè le persone con disabilità possano farne parte!
    Le difficoltà si presentano già nel far apprendere quest’idea, accettarla e renderla parte della cultura di tutti noi.

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